Banco di Napoli, una fusione soft: «Il Sud resta centrale»

di Nando Santonastaso

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Ricorda Adriano Giannola, economista, presidente della Svimez e già consigliere di amministrazione del Banco di Napoli, che nel 1995 «in occasione di una delle crisi di liquidità più nere dell'Istituto furono i napoletani a scongiurare il peggio e a garantire con i loro risparmi il salvataggio della banca che sembrava impossibile». È solo uno dei tanti momenti di assoluta identità tra via Toledo e la città, una storia talmente antica e significativa che ha finito per scandire nel bene e nel male il cammino stesso della comunità napoletana. Quell'episodio ma se ne potrebbero citare molti altri torna alla memoria quasi naturalmente, ora che è iniziato il conto alla rovescia per la fine dell'autonomia del Banco e che la fusione per incorporazione nel gruppo Intesa Sanpaolo (che già lo controlla) ha date certe (si partirà a novembre 2018). Perché disegna una cornice, uno scenario di riferimento, fatto non solo di nostalgia, che in tanti dopo l'anticipazione del Mattino temono di perdere.

Opportunamente è lo stesso consigliere delegato del gruppo Intesa, Carlo Messina, nella lettera inviata al Mattino, a ribadire il senso della scelta e le coordinate aziendali in cui essa sarà operativa. E cioè, nessun cambiamento per la clientela, dal personale alle insegne con la scritta «Banco di Napoli»: «È semplicemente un passaggio - spiega Messina di un più ampio processo di semplificazione che riguarda tutte le banche del Gruppo dotate di entità giuridica diversa da quella di Intesa Sanpaolo. Vogliamo avere strutture semplici e compatte, sviluppando sempre di più la capacità di diventare un consulente qualificato per il nostro cliente in un contesto competitivo che si fa sempre più complesso a causa delle sfide dell'innovazione digitale. Nessun dubbio anche sul rafforzamento della mission meridionale testimoniata da impegni già assunti come il finanziamento da 1,5 miliardi per le imprese che opereranno nella Zes, o il sostegno alle nuove start up e il raccordo sempre più stretto con i poli universitari di Napoli e Bari sul fronte dell'innovazione. Il tutto, chiosa Messina, in una prospettiva di grande solidità del Gruppo, riconosciuta anche di recente dalla Bce su scala appunto, europea.

Chiarimento importante, ancorché annunciato. Ma che non sgombra del tutto il campo dai dubbi sugli effetti che la fusione fatalmente produrrà. «Che fine faranno - si domanda ad esempio Giannola - i dipendenti della direzione generale del Banco che di fatto non esisterà più? Tra di loro ci sono sicuramente molti cervelli che il Mezzogiorno rischia di perdere proprio ora che qualche segnale di ripresa inizia a vedersi». E un altro economista esperto di finanza come Mario Mustilli, ordinario di economia e gestione delle imprese all'università Vanvitelli, si mostra perplesso «di fronte all'assenza di un interprete finanziario attento al mercato locale, in un territorio che mostra momenti di vivacità sia pure ancora molto disomogenei. Un rischio che può frenare anche la mini-crescita di questi ultimi mesi».

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Sabato 23 Dicembre 2017, 09:53 - Ultimo aggiornamento: 23-12-2017 17:27
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
1 di 1 commenti presenti
2017-12-23 15:21:04
Come al solito. il Sud non deve avere centri decisionali. E non dite che è colpa della Lega Nord. grazie Renzi, grazie Gentiloni!

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