Banco Napoli addio dopo quasi 500 anni
via alla fusione con Intesa

di Rosario Dimito

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ROMA Intesa Sanpaolo fonde il Banco di Napoli. È una decisione clamorosa ma inevitabile nell’ambito della razionalizzazione delle attività e del nuovo piano industriale al 2021 che verrà presentato a febbraio. Il cda di Intesa Sp presieduto da Gian Maria Gros-Pietro, riunitosi ieri a Torino, ha deciso di incorporare lo storico istituto partenopeo. Non ci sarà più una banca autonoma, anche se già oggi Banco di Napoli è controllata al 100% dal gruppo guidato da Carlo Messina. Ma resterà il suo marchio. La decisione è stata già recepita dal board dell’istituto di via Toledo presieduto da Maurizio Barracco, riunitosi due giorni fa. Tra novembre 2018 e febbraio 2019 l’incorporazione dovrebbe diventare operativa. Banco Napoli, la cui storia è stata per secoli tutt’uno con la Campania e il Sud, opera con circa 168 filiali nelle aree calabro-lucane, Puglia, oltre che nella regione di origine.
Si diceva che l’operazione è sensazionale, perchè mette fine all’autonomia di una banca fondata nel 1539 e che ha segnato, tra alterne vicende, la storia d’Italia. «Le banche Italiane devono recuperare redditività, dopo cinque anni con un roe pressochè nullo. Per farlo devono attuare misure drastiche, di ulteriori, decisi progressi nella riduzione dei costi», ha ribadito in uno degli ultimi interventi il governatore.


Il Banco di Napoli è una delle più antiche banche italiane. Dal 1861 al 1926 è stato istituto di emissione, qualifica persa a seguito del riconoscimento di istituto di diritto pubblico. Le sue origini risalgono ai cosiddetti banchi pubblici dei luoghi pii, sorti a Napoli tra il XVI e il XVII secolo, in particolare ad un monte di pietà, il Banco della Pietà, fondato nel 1539 per concedere prestiti su pegno senza interessi. 
C’è una data che ha caratterizzato la storia recente. Nel 1994 il Banco di Napoli fu investito da una crisi durissima, causata da prestiti finiti in sofferenza, che determinò due anni dopo l’intervento dello Stato con la nascita della Sga (1997) con 12.378 miliardi di vecchie lire di questi crediti e la privatizzazione tramite asta pubblica: il controllo passò alla cordata Ina-Bnl per 61 milioni di vecchie lire. E c’è un personaggio che tra luci e ombre ha accompagnato la storia di quegli anni: Ferdinando Ventiglia, costretto a uscire di scena a seguito di un’ispezione Bankitalia durata 11 mesi e chiusa a dicembre 1995.

 
L’istituto partenopeo è entrato nell’orbita di Intesa Sp, con la fusione tra Intesa e Sanpaolo Imi del 2007. Fu portato in dote dalla banca torinese, che l’acquisì a fine 2002 nell’ambito del compromesso della scalata di Generali a Ina. Alla fine del 2002 ci fu la fusione per incorporazione di Banco di Napoli in Sanpaolo Imi. Successivamente venne costituita Sanpaolo Banco di Napoli alla quale, con decorrenza primo luglio 2003, fu conferita l’intera attività del vecchio Banco di Napoli.
Intanto l’altra notte Intesa e sindacati hanno siglato un accordo su 9 mila uscite entro il 2020 e 1500 ingressi. Si prevedono risparmi pari a circa 675 milioni di euro annui. L’accordo «fa seguito a quanto già concordato in relazione all’acquisizione dei rami di attività delle ex Banche Venete», dice una nota. La banca ricorda che sono state presentate circa 7500 domande di uscite volontarie nell’ambito del Fondo di Solidarietà, con le ultime uscite previste entro il 30 giugno 2020. 
«Questo accordo scongiura le uscite obbligatorie e garantisce nuova occupazione stabile, con un occhio di riguardo per i precari e per quelle aree del Paese dove più elevato è il tasso di disoccupazione», dice Roberto Aschiero (Fabi). Infine Intesa sta preparando il rifinanziamento di due bond senior garantiti dallo Stato ex banche venete.
Giovedì 21 Dicembre 2017, 23:04 - Ultimo aggiornamento: 23-12-2017 13:15
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